Lunedì, 23 Ottobre 2017 CercaCerca  
Autoconservazione: un esempio di biopratiche
 

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Come gestire la biodiversità con gli allevatori custodi

Quando si considera una popolazione animale e si attuano programmi genetici per la sua conservazione bisogna ricordare che si stanno predisponendo delle biopratiche in un dato ecosistema, in un certo periodo di tempo che racchiude in sé tutta la variabilità di geni, specie, habitat ed ecosistemi.
Nelle attività zootecniche la pratica degli accoppiamenti, per razze a limitata diffusione, viene effettuata mediante riconoscimento morfologico. In tale ottica vengono preferiti individui con requisiti morfometrici che si riconducono ad uno standard di razza condiviso.
All’interno delle razze a limitata diffusione la pratica della conservazione può però comportare una diminuzione della variabilità genetica e un aumento della consanguineità degli individui.
È noto che gli individui consanguinei, cioè nati da genitori parenti, sono caratterizzati da una diminuzione delle performance produttive e riproduttive, della rusticità, della resistenza alle malattie e della longevità dovuta all’omozigosi di molti geni e al conseguente manifestarsi di geni rari e/o indesiderati (recessivi) a livello fenotipico attraverso la comparsa di malattie ereditarie.
Risulta pertanto estremamente importante monitorare i piani di accoppiamento al fi ne di contenere l’imparentamento medio della popolazione e la conseguente comparsa di individui consanguinei.
Una misura della variabilità genetica di una popolazione è data dalla sua “Numerosità effettiva”. Con questo termine si intende un gruppo di animali metà maschi e metà femmine in età riproduttiva non parenti tra di loro. Poiché, in realtà, nelle nostre popolazioni zootecniche i maschi sono sempre molti meno delle femmine (piccioni esclusi) e sia i maschi
che le femmine sono variamente imparentati tra di loro, la numerosità effettiva della popolazione è sempre molto minore di quella reale. Per tener conto della sproporzione tra numero di maschi (N♂) e numero di femmine (N♀) si può utilizzare la seguente formula semplifi cata:

Numerosità effettiva (Ne) = [(4x N♂)x N♀]/( N♂+N♀)

Se una popolazione di polli ha 20 maschi e 200 femmine, la sua popolazione effettiva sarà pari a 72, e cioè ha la stessa variabilità genetica di una popolazione di 36 maschi e 36 femmine di piccione. Se il numero di maschi raddoppiasse (da 20 a 40) la numerosità effettiva salirebbe da 72 a 133 (in pratica raddoppia). Se invece il numero di femmine raddoppiasse (da 200 a 400) la numerosità effettiva salirebbe da 72 a soli 76 animali. In pratica si verifi ca che il sesso limitante la variabilità genetica è quello maschile e aumentare il numero di maschi è importante perché aumenta il numero di famiglie paterne (riducendo il rischio di consanguineità), mentre aumentare il numero di femmine è poco rilevante perché comporta solo di aumentare il numero di parenti (fi gli) di ogni maschio (e non ridurrebbe il rischio di consanguineità).
In base a queste problematiche con il Progetto “Autoconservazione”  Veneto Agricoltura ha predisposto, per le diverse specie avicole e le rispettive razze a limitata diffusione, un programma di accoppiamenti (Biopratica) allo scopo di raggiungere i seguenti obiettivi:

- numerosità effettiva superiore a 70 (Ne > 70);

- scambio annuale dei maschi tra gli allevatori custodi garantendo
una rotazione non ripetuta dei maschi;

- limitato l’imparentamento tra gli individui della popolazione
in conservazione garantendo l’approvigionamento dei maschi
da uno stesso allevatore non prima di 5 generazioni;

- mantenimento all’interno della popolazione di un lungo intervallo
di longevità utilizzando per la rimonta galline al secondo
o terzo ciclo di deposizione con una rimonta annua
del 33%.

Il numero di famiglie di riproduttori necessarie (o di allevatori
custodi quando per ogni allevatore viene allevata una solo
famiglia) dipende dal rapporto maschio/femmine esistente
all’interno della specie/razza.


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   Per informazioni e approfondimenti: Maurizio Arduin 

      

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