PRIME VALUTAZIONI SULL’ANDAMENTO DEL SETTORE AGRICOLO VENETO NEL 2022

Nei primi mesi del 2022, il mutato contesto geopolitico internazionale influenzato dall’invasione russa dell’Ucraina, ha determinato un peggioramento delle prospettive del prossimo biennio, ma la ripresa delle attività economiche cominciata nel 2021 è proseguita portando ad un rafforzamento del PIL nel terzo trimestre dell’anno (+2,6% su base tendenziale). La crescita del Pil è stata trainata da un miglioramento della domanda interna (+1,8% rispetto al trimestre precedente) con la spesa delle famiglie sostenuta soprattutto da acquisti di beni durevoli.

Se la domanda interna è stata caratterizzata dalla crescita degli investimenti, dal lato dell’offerta è interessante notare come l’indice della produzione industriale dell’alimentare sia cresciuto del +3,3%, contro +1,2% del manifatturiero nel complesso: a spingere la produzione è stato soprattutto l’export agroalimentare che è continuato a crescere nei primi otto mesi dell’anno raggiungendo un +18% tendenziale. A concorrere al risultato è stata soprattutto l’industria alimentare (+20% per le esportazioni), ma la variazione è stata ampiamente positiva anche per la componente agricola (+8,1%).

Secondo Ismea, risulta ancora in crescita la spesa per consumi domestici, trainata dall’aumento dei prezzi: nei primi tre trimestri del 2022, il carrello della spesa è costato agli italiani il 4,4% in più rispetto al 2021, a causa dell’incremento dei prezzi delle materie prime agricole e degli energetici, con una simultanea riduzione dei volumi di tutte le categorie di spesa.

Il valore complessivo della produzione lorda agricola veneta nel 2022 viene stimato in 7,7 miliardi di euro, +18,4% rispetto al 2021. Ad incidere in maniera preponderante è stato il generale miglioramento dei prezzi di mercato, che hanno avuto un trend prevalentemente di crescita, dovuto alle instabilità che si sono create nell’economia a livello mondiale in seguito allo scatenarsi della crisi tra Russia e Ucraina. In crescita sia il valore prodotto dalle coltivazioni erbacee (+10,9%) sia quello generato dalle coltivazioni legnose (+29,1%), sui cui hanno influito in maniera molto positiva le variazioni quantitative della produzione, nonostante un andamento climatico non ottimale durante l’estate, ma comunque meno penalizzante rispetto a quello del 2021. Per quanto riguarda gli allevamenti, si rileva un peggioramento in termini di quantità prodotte, controbilanciato dall’incremento dei prezzi di mercato, con un valore della produzione che si stima in aumento del +18,1%.

Nei primi tre trimestri del 2022, il numero di imprese agricole attive, iscritte nel Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, è stato pari a 60.061 unità (-1,8%), una riduzione coerente con l’andamento nazionale (-1,2%). In aumento le società di capitali (1.385 imprese, +3,9%) e le società di persone (circa 10.848, +1,3%), in calo invece le ditte individuali (47.355 unità, -2,6%), che però sono quasi l’80% delle imprese. In calo anche le imprese alimentari, che si attestano a 3.553 unità (-0,6%).

I dati Istat indicano per i primi nove mesi del 2022 una ripresa dell’occupazione agricola a livello regionale, che si attesta in media a circa 67.000 addetti, in crescita del +9,5% rispetto ai primi nove mesi del 2021. Si tratta di una variazione in contrasto con quanto rilevato in Italia (-5,2%) ma in linea con l’andamento occupazionale totale, che presenta una variazione positiva sia a livello regionale (+4,1%) che a livello nazionale (+2,7%). In crescita soprattutto gli occupati maschi (+39%), mentre al contrario sono in calo gli addetti donne (-30%); crescono maggiormente gli occupati dipendenti (+20%), mentre gli indipendenti aumentano in maniera meno rilevante (+3%).

Il saldo della bilancia commerciale con l’estero di prodotti agroalimentari nei primi nove mesi del 2022 ritorna ad essere negativo, in passivo per circa -687,3 milioni di euro, a causa del notevole aumento dei prezzi dei beni energetici e delle materie prime agricole che hanno infatti provocato una maggiore crescita delle importazioni (7,3 miliardi di euro, +32,4%), rispetto a quella delle esportazioni (stimate a circa 6,6 miliardi di euro, +15%). I maggiori incrementi dell’import sono stati registrati da oli e grassi vegetali e animali (423 milioni di euro, +127%), dai prodotti della silvicoltura (+48%, con 62,7 milioni di euro) e dal tabacco (1,7 milioni di euro, +46,2%). I maggiori aumenti dell’export sono stati rilevati da tabacco (+72,9% con quasi tre milioni di euro), da oli e grassi vegetali e animali (+65% con 331,8 milioni di euro) e da granaglie, amidi e prodotti amidacei (+40,1% con 158 milioni di euro). In calo invece solo l’export di prodotti della silvicoltura (-6,2%, con 9,7 milioni di euro) e di animali vivi (-1,5%, 14 milioni di euro).

Dal punto di vista dell’andamento climatico l’annata è stata caratterizzata dalle elevate temperature estive e dai lunghi periodi siccitosi, con scarsità d’acqua nei bacini idrici e conseguente razionamento della stessa da parte dei Consorzi di bonifica. Oltre a questo, i danni provocati dalla risalita del cuneo salino hanno danneggiato soprattutto le colture estensive primaverili ed estive (in particolare mais e soia) e, seppure in maniera meno penalizzante, anche alcune colture orticole e frutticole, che hanno avuto una resa inferiore al normale standard produttivo, anche se pur sempre superiore a quella avuta nell’anno precedente, caratterizzato invece dalle gelate tardive del mese di aprile.

Altro aspetto caratterizzante è stato un generalizzato incremento dei prezzi, a fronte però di un contestuale aumento del costo delle materie prime e quindi dei costi di produzione, in alcuni casi con impatti negativi sulla redditività delle colture.

Entrando nel dettaglio dei comparti, annata positiva per i cereali autunno-vernini: in aumento gli ettari coltivati a frumento tenero (96.000 ha, +1%), grano duro (19.400 ha, +34%) e orzo (21.500 ha, +20,4%). In peggioramento le rese, ma i maggiori investimenti hanno comunque permesso di ottenere un incremento delle quantità raccolte, fatta eccezione per il grano tenero la cui produzione è stimata in calo (-5,5%). Annata decisamente sfavorevole invece per i cereali a semina primaverile, a causa del pessimo andamento climatico estivo: per il mais da granella in calo le superfici coltivate (143.000 ettari, -3%) e soprattutto le rese (7,1 t/ha, -29,6%). L’aumento dei prezzi (+37%) ha solo parzialmente controbilanciato la riduzione della produzione (1 milione di tonnellate, -31,7%).

Anche per le colture industriali il 2022 è stato caratterizzato da un incremento generalizzato dei prezzi, tuttavia l’annata è stata penalizzante a livello produttivo. Per quanto riguarda la soia, in aumento le superfici coltivate (+5,3%), molto male invece la resa (2,4 t/ha, -19%) e di conseguenza la produzione (360 mila tonnellate, -15%). In aumento gli investimenti a girasole (4.200 ha, +9,4%) mentre si riducono le superfici coltivate a colza (3.600 ha, -17%). Annata negativa per la barbabietola da zucchero: in flessione le superfici (7.000 ha, -21,4%) e soprattutto le rese (46,4 t/ha, -24%): anche il tabacco ha registrato una riduzione degli investimenti (3.000 ha, -27%) e della produzione (-20%), e l’aumento dei prezzi non è stato sufficiente a controbilanciare l’aumento dei costi di produzione, compromettendo la redditività della coltura.

Annata in chiaroscuro per le colture orticole: in generale si è osservata una sostanziale tenuta o leggero incremento degli investimenti per diversi prodotti, tra cui quelli principali, come la patata (3.500 ha, +1,4%), il radicchio (4.650 ha, +2%), la lattuga (1.100 ha, +2,6%) e la fragola (370 ha, +2%), mentre altre colture hanno avuto aumenti più rilevanti, come asparago (1.830 ha, +4%), zucchina (1.570, +10,5%), aglio (+14,5%), fagiolini e piselli. In calo invece le superfici coltivate ad altre orticole, in particolare meloni (-13,6%), carote (-8,4%), fagiolini (-16,8%) e cocomeri (-12,8%). Dal punto di vista produttivo ci sono stati andamenti contrastanti: alcune colture hanno patito il caldo primaverile (fragole) o invece ne hanno giovato (asparago), altre il clima eccessivamente mite del periodo autunnale (radicchio) che ha favorito tra l’altro lo sviluppo di problematiche fitosanitarie. La maggior parte tuttavia ha risentito delle alte temperature estive, alcune colture in maniera negativa (patata -7,4%, pomodoro da industria -16,6%, aglio -18,6%, cipolla -6%, carota -19,4%), altre invece ne hanno avuto conseguenze positive (zucchina +6,6% e melone +16,2%).

Un’ottima annata per il comparto frutticolo veneto, dopo un 2021 non proprio benevolo in quanto si era dovuto fare i conti con i danni delle gelate primaverili ed altre problematiche fitosanitarie. Tutte in rialzo le rese ad ettaro, che hanno portato ad un aumento generalizzato delle produzioni: melo (+71,4%), pero (+415,6%), pesco (+669,6%), kiwi (+327,3%), ciliegio (+52,8%) e olivo (+495%). I prezzi unitari hanno avuto variazioni altalenanti, mentre le superfici investite a frutteti sono in calo di circa il 3% a livello regionale.

Per il comparto viticolo, anche nel 2022 si rileva la crescita della superficie vitata veneta già produttiva (95.910 ha, +2,0%), della quale oltre l’83% riguarda aree in zone Doc/Docg, mentre quella a Igt scende al 13,7%. Nonostante le bizzarrie meteorologiche, la vendemmia dell’ultimo anno ha dato buone rese di produzione, che hanno generato una produzione complessiva di 15 milioni di quintali di uva (+7,4%), mentre il vino prodotto viene stimato in 12,6 milioni di ettolitri (+7,3% rispetto al 2021). Stabile, invece, il prezzo delle uve (0,76 €/kg, +0,7%).

Il comparto lattiero-caseario presenta una leggera diminuzione della produzione di latte (-1,3%) pari ad una produzione di circa 12 milioni di quintali. Il numero di allevamenti da latte scende a 2.800. Il prezzo medio annuo è stato di 45,8 €/hl (senza IVA e premi), con un aumento del 24%. In diminuzione la produzione di formaggio Grana DOP nelle province venete (550 mila forme), in calo anche la produzione degli altri formaggi DOP e duri, per la ripresa della richiesta di formaggi freschi e molli. Fatturato in aumento per il rialzo dei prezzi, stimato a circa 540 milioni di euro. In Veneto c’è un’alta presenza della cooperazione (che gestisce circa il 50% del latte); la valorizzazione del latte avviene tramite la trasformazione in formaggi DOP (circa il 65% del latte) e tradizionali: circa l’80% del latte veneto è trasformato in formaggio. La quotazione del latte alla stalla è stata particolarmente condizionata dai costi di produzione, soprattutto in conseguenza dell’aumento dei costi alimentari ed energetici.

In generale, il comparto zootecnico sta subendo gli effetti del forte aumento dei costi energetici e alimentari con importante riflesso sui prezzi delle quotazioni all’origine e anche sulla produzione. Per la carne bovina, il Veneto si caratterizza per la produzione del vitellone da carne e in parte per il vitello a carne bianca. La produzione veneta viene stimata in diminuzione di circa il 3,5%, per il calo delle macellazioni. Il numero di allevamenti da carne è stabile a circa 6mila unità. Ci sono allevamenti specializzati di buone dimensioni con grande produttività (vitellone da carne): il 90% della produzione è realizzata da circa 1.000 allevamenti con capienza superiore a 100 capi. Persiste la dipendenza dall’estero per i ristalli, circa 464 mila capi (gennaio-ottobre 2022), in particolare dalla Francia (397 mila casi, stesso periodo) e in parte per materie prime alimentari, oltre alle classiche problematiche legate all’impatto ambientale. Dato il consistente rialzo delle quotazioni all’origine, in risposta ai costi di produzione, il fatturato viene stimato a circa 510 milioni (+18,5%).

La produzione di carne suina è concentrata nelle province di Verona e Treviso e il Veneto rientra tra le regioni della filiera di qualità IGP/DOP per la produzione dei suini grassi certificati. Nel 2022 la produzione si è ridotta a 779,5mila capi, di cui circa 690 mila grassi (-2%), circa il 7,5% del totale nazionale. Il numero di allevamenti con capi, a dicembre 2022, si attesta sui 1.400 con un patrimonio di 702 mila capi. Quelli inseriti nella filiera IGP/DOP sono 280 (-1,8%). Di questi ultimi gli attivi nella produzione di animali certificati sono stati 146 e hanno inviato al macello 492 mila suini grassi, che rappresentano circa il 63% della produzione veneta di suini grassi. Il numero di cosce omologate di Prosciutto Veneto Berico Euganeo DOP è sceso a 55 mila (-11 mila rispetto al 2021), mentre i prosciutti certificati sono stati 82,6 mila (-4,6%). L’aumento dei prezzi sul mercato all’origine, in risposta all’aumento dei costi, ha innalzato del 17% il fatturato che viene stimato in 205 milioni di euro.

La filiera avicola è il comparto zootecnico più sviluppato in Veneto: si basa su un numero di allevamenti non particolarmente numeroso, ma dalle grandi dimensioni. Inoltre, la fase produttiva è fortemente integrata in senso verticale, a monte con le aziende mangimistiche, a valle con le aziende di macellazione e trasformazione. Nel 2022, la produzione veneta è stata in notevole calo: complessivamente sono stati avviati al macello 202,7 milioni di capi (-15,4%), di cui i polli da carne sono stati 15,6 milioni (-13,7%), i tacchini da carne 8,2 milioni (-34,1%) e le galline 1,5 milioni (-68%). Il numero di allevamenti è rimasto quasi invariato: quelli di pollo da carne si attestano a 749 unità (-2%), mentre quelli dei tacchini da carne sono 406 con una fortissima concentrazione nella provincia di Verona. Il fatturato viene stimato in forte aumento a 850 milioni di euro (+23%) sostenuto dall’incremento dei prezzi medi. Il calo produttivo, oltre che dalla lieve riduzione della domanda per il rialzo dei prezzi al consumo, è conseguenza (tacchini in particolare) dello strascico dell’influenza aviaria di fine 2021 e inizio 2022 che ha comportato un ritardo nell’avvio di nuovi cicli produttivi. Il Veneto ha anche una discreta presenza di allevamenti di ovaiole per la produzione di uova: quelli professionali sono 239, con un piccolo aumento sul 2021, e producono circa 2 miliardi di uova. In totale il notevole rialzo delle quotazioni (oltre il 30%), per i motivi già noti, ha prodotto un aumento del fatturato di circa il 25% che viene stimato in 256 milioni di euro. Il Veneto, infine, si caratterizza per la leadership nazionale nella produzione di carne di coniglio (40%), con circa 6,2 milioni di capi macellati. Si tratta di una filiera in contrazione produttiva da anni e anche nel 2022 la produzione è scesa del 12%. Ha mantenuto il livello del fatturato, pari a 36 milioni di euro, per il rialzo delle quotazioni all’origine ( +12%.)

Il 2022 non è stato un buon anno per il comparto della pesca, con lo sbarcato locale transitato nei sei mercati ittici del Veneto che ha registrato un -12,9% in volume, a fronte delle circa 15.498 tonnellate alienate. Nonostante un incremento del prezzo medio unitario dei prodotti ittici locali del Veneto (circa 2,66 €/kg, +10,8% su base annua), il valore generato dalla produzione locale viene stimato in 41,2 milioni di euro (-3,4% rispetto al 2021), mentre il fatturato complessivo, compreso del pescato estero, supera i 100 milioni di euro, in lieve flessione rispetto all’anno precedente (-2,2%). Considerando anche i prodotti di provenienza nazionale ed estera, i volumi dei transiti totali nel mercato di Chioggia si attestano a 8.239 tonnellate (-15,3% rispetto al 2021), con un incasso totale che è pari a circa 32,8 milioni di euro (-5,5%). In quello di Venezia, invece, sono transitate circa 6.913 tonnellate (-7,8%), con un fatturato complessivo di circa 58,2 milioni di euro (-0,1%). La produzione di molluschi bivalve di mare dei Cogevo veneti è arrivata a 2.719 tonnellate (+0,5% rispetto al 2021), con il comparto delle vongole stabile (+0,2%) e quello dei fasolari in leggero rialzo (+1,8%). Resta invariata nel 2022 la flotta marittima regionale (655 barche), mentre le imprese della filiera ittica (3.835 unità) presentano una decrescita del -0,8% rispetto al 2021, diminuzione dovuta in particolare alle aziende impegnate nella pesca (-5,8%).

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