La produzione artigianale di birra in Veneto

La produzione artigianale di birra sta diventando una attività che presenta sempre più legami con l’attività agricola. Negli ultimi anni, infatti, sia la normativa nazionale che regionale ha cercato di favorire sempre più, con vari interventi, i piccoli produttori e in particolari quelli operanti in connessione con un’attività agricola, che utilizzavano cioè materie prima agricole auto prodotte.

Il report realizzato fornisce inizialmente dei brevi cenni sul prodotto “birra” e su alcuni aspetti nutrizionali, salutistici e normativi, per poi entrare nel merito degli aspetti produttivi, delineando un quadro della situazione a livello nazionale e regionale con i dati disponibili.

Il focus dell’analisi pubblicata è tuttavia l’indagine diretta realizzata da Veneto Agricoltura a fine 2020 sui microbirrifici della regione Veneto, di cui vengono presentati i risultati, con una dettagliata analisi dei dati raccolti presso un campione significativo e rappresentativo dei produttori artigianali di birra.

Ciò che emerge è estremamente interessante: sono 138 le realtà produttive attive in Veneto, mentre quelle cessate e sospese sono una percentuale ben superiore (22%), rispetto a quella desumibile dai dati disponibili prima dell’indagine. Per il 37% si tratta di birrifici, mentre i brew pub, cioè locali che producono e vendono direttamente la birra e i beer firm (aziende che producono birra a proprio marchio, ma che usano impianti di terzi) rappresentano una quota degli operatori pari al 12% ciascuno. Il dato sorprendente è stata la quota di agribirrifici, cioè di quei produttori di birra che sono anche imprenditori agricoli in quanto si auto producono una parte delle materie prime. Essi sono risultati essere quasi il 39% delle realtà attualmente operative: non solo è un’incidenza ben superiore, più del doppio, di quanto ci si poteva inizialmente aspettare, ma è emerso che essi realizzano oltre il 60% della produzione artigianale di birra a livello regionale. Sulla base dei dati raccolti, questa può essere ragionevolmente stimata in circa 100 mila ettolitri, per un fatturato del comparto che si aggira sui 100 milioni di euro, con buone prospettive di un ulteriore sviluppo e incremento.

Il comparto è costituito prevalentemente da società di capitali (40%), per lo più di due o tre soci, e in misura minore da ditte individuali (31% circa) o società di persone (29%). Prendendo di vista il genere, prevale nettamente quello maschile: ben l’84,8% dei titolari o soci delle imprese produttrici di birra artigianale sono infatti maschi, mentre le donne sono solo il 15,2% del totale dei soggetti imprenditoriali del comparto. L’età media dei titolari o soci delle realtà produttive venete è relativamente bassa, pari a 45 anni e 5 mesi: il 29% ha meno di trentanove anni e il 33% un’età compresa tra 40 e 50 anni. Titolari e soci delle realtà produttive venete hanno una scolarizzazione medio-alta: più della metà ha conseguito un diploma di scuola media superiore e oltre il 30% anche la laurea. Nel complesso, si stima che il comparto della produzione artigianale di birra impieghi quasi 500 addetti, il 62% a tempo pieno, il 27% a tempo parziale e circa l’11% in maniera stagionale.

La gamma di produzione è ampia e diversificata: la maggior parte delle realtà artigianali produce tre o più tipologie diverse di birra. Tuttavia, in termini quantitativi, quasi i tre quarti della produzione è costituita da birre chiare a bassa fermentazione (41% del totale) e ad alta fermentazione (33%); le birre rosse (ambrate) costituiscono il 17,5% della produzione mentre sono residuali le scure o le speciali.

Il mercato rimane ancora per lo più limitato a livello regionale, dove viene commercializzata oltre la metà della birra artigianale prodotta (55%), e nazionale (40%), mentre la quota destinata all’esportazione è inferiore al 5%. Sebbene quasi tutti i produttori vendano la birra in un loro punto vendita diretto o attraverso il canale ho.re.ca, il principale canale di sbocco della birra artigianale veneta rimane ancora quello dei grossisti/distributori. Se ciò può indicare che le dimensioni raggiunte dai produttori veneti sono ragguardevoli, dall’altra potrebbe penalizzarli in termini di valore aggiunto ritraibile, che si viene inevitabilmente a contrarre per l’aumento degli anelli e dei passaggi lungo la filiera. Per ovviare a questo aspetto, un numero sempre maggiore di produttori si sta dotando di una “tap room” aziendale, dove i consumatori possono sorseggiare e degustare il prodotto prima di acquistarlo.

Negli ultimi anni il comparto sta evidenziando segnali di criticità: mentre le aperture si riducono sono aumentate le chiusure delle attività. L’arena competitiva sta iniziando ad essere affollata e i vincoli burocratici e la concorrenza vengono visti come gli aspetti più critici dagli stessi operatori e una semplificazione normativa/burocratica, un maggior sostegno pubblico e incentivi fiscali sono gli interventi che vengono maggiormente richiesti. Tuttavia essi stanno continuando ad investire, soprattutto nell’ampliamento degli impianti di produzione, ma anche in strumenti di comunicazione e visibilità (siti internet) e innovando oltre che nelle tipologie di prodotto, anche nelle modalità di vendita (e-commerce).

In definitiva, il business rappresenta ancora una buona opportunità di investimento e le capacità imprenditoriali e le strutture produttive degli operatori veneti sono adeguate ad affrontarlo con buone possibilità di successo, tanto che la maggior parte degli operatori intravvede buone se non ottime prospettive di sviluppo della loro attività nel prossimo futuro.

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